Musica Mundana
Boezio, all'inizio del De institutione musica, distingue tre musiche: la mundana, l'armonia del cosmo, delle sfere e delle stagioni; l'humana, l'accordo fra l'anima e il corpo; l'instrumentalis, quella che le voci e gli strumenti fanno udire. Questa pagina prova a portare la prima dentro la terza. Prende il cielo vero, com'è in questo istante o com'era in un istante qualunque, e lo fa cantare secondo le regole con cui la tradizione lo ha pensato. Il timbro è una scelta d'ascolto; ma che cosa suona, quando, a quale altezza e in quale rapporto con il resto discende sempre da una posizione reale e da una legge antica.
Le posizioni dei pianeti sono calcolate, non simulate: effemeridi astronomiche con la precisione di un arcominuto, verificate su date che vanno dal Quattrocento a oggi. Il cielo è quello visto dalla Terra, geocentrico, misurato sullo zodiaco tropicale che comincia all'equinozio di primavera: il cielo dell'astrologia tradizionale, in cui il Sole percorre l'anno e i pianeti a tratti si fermano e tornano indietro.
I pianeti sono i sette antichi: Saturno, Giove, Marte, il Sole, Venere, Mercurio e la Luna. Urano, Nettuno e Plutone, che la tradizione non conosceva, restano muti: nella lira del mondo non c'è una corda per loro.
L'ordine dei pianeti è quello caldaico, secondo la durata dei loro giri: Saturno, il più lento e il più lontano, poi Giove, Marte, il Sole, Venere, Mercurio e infine la Luna, la più veloce e la più vicina. Sulla carta sono sette anelli concentrici, Saturno all'esterno e la Luna all'interno.
Nicomaco di Gerasa, nel Manuale di armonica, pone i pianeti sulle sette corde della lira: Saturno sulla hypate, la corda più grave, la Luna sulla nete, la più acuta, il Sole nel mezzo, sulla mese. Così fa la pagina. Cicerone, nel Sogno di Scipione, ordinava i suoni al contrario, con la sfera più rapida che canta più acuta e la Luna più grave: anche questa lettura è antica, e resta possibile nel motore, ma non è quella che si ascolta.
Le corde sono accordate secondo Pitagora, per sole ottave e quinte, i rapporti del 2 e del 3; nessun temperamento equabile. La corda di riferimento è quella del Sole, a 136,10 Hz: la frequenza dell'anno tropico, il ritorno del Sole all'equinozio, portata nell'udibile salendo di trentadue ottave. Da lì discendono le altre. Come voci di un coro, poi, i pianeti cantano nei registri che Keplero assegnava loro nell'Harmonices Mundi: Saturno e Giove bassi, Marte tenore, il Sole e Venere contralti, Mercurio soprano, e con lui la Luna. Il Sole prende il posto che in Keplero era della Terra.
Ogni pianeta, infine, canta una vocale. Nella tradizione tardoantica le sette vocali greche corrispondono alle sette sfere: α alla Luna, ε a Mercurio, η a Venere, ι al Sole, ο a Marte, υ a Giove, ω a Saturno. Sono le lettere che salgono all'apertura della pagina e si posano, ciascuna, sul suo pianeta.
Keplero cercò la musica del cielo non nelle distanze ma nelle velocità. Misurò per ogni pianeta il moto più lento, all'afelio, e il più rapido, al perielio, e trovò che il loro rapporto è quasi sempre una consonanza: una terza maggiore per Saturno (4:5), una terza minore per Giove (5:6), una quinta per Marte (2:3), appena un diesis per Venere (24:25), un'ottava e una terza minore per Mercurio (5:12); per la Terra un semitono, mi–fa (15:16), da cui concluse che sulla Terra regnano miseria e fame. Fu lavorando a queste armonie che, il 15 maggio 1618, trovò la sua terza legge.
Qui quegli ambiti sono trasportati nel cielo che vediamo dalla Terra. Ogni voce parte dalla sua corda e sale, dentro il suo ambito kepleriano, quanto più il pianeta corre: l'altezza segue istante per istante la velocità vera. Il Sole, che visto da qui porta il moto della Terra, ha l'ambito della Terra: è sulla sua nota a inizio luglio e sale di un semitono verso gennaio. Alla Luna, che Keplero non contava, tocca una quarta (3:4), la consonanza più vicina al rapporto reale fra il suo moto all'apogeo e al perigeo.
I cinque pianeti, a tratti, si fermano e tornano indietro. Nella stazione la voce si posa esattamente sulla sua corda e si fa più densa: si raddoppia, come più cantori sulla stessa nota. Nel moto retrogrado scende sotto la corda, a specchio, tanto più quanto più rapido è il ritorno. Nessuna voce va sotto la sua nota se non retrogradando.
Tolomeo riconosce cinque aspetti, le figure in cui due pianeti si guardano: congiunzione, sestile, quadrato, trigono, opposizione. Keplero mostrò perché proprio questi corrispondano alle consonanze. Un aspetto divide il cerchio in due archi, e il rapporto fra l'arco maggiore e il cerchio intero è un intervallo: l'opposizione taglia il cerchio a metà, 1:2, l'ottava; il trigono ne lascia due terzi, 2:3, la quinta; il quadrato tre quarti, 3:4, la quarta; il sestile cinque sesti, 5:6, la terza minore; la congiunzione è l'unisono.
Quando due pianeti sono in aspetto, sopra la voce del più alto nell'ordine caldaico nasce un tono nuovo, all'intervallo dell'aspetto, un'ottava sopra. Congiunzione, trigono e opposizione cadono così sugli armonici della voce e la illuminano dall'interno; quadrato e sestile cadono fra gli armonici e si sentono come toni a sé. Il moto dei pianeti e la geometria degli aspetti restano due strati distinti, e tutti e due si sentono.
Un aspetto vale entro il suo orbe. Gli orbi sono quelli di Porfirio, una delle liste più antiche: Sole 15°, Luna 12°, Saturno e Giove 9°, Marte 8°, Venere e Mercurio 7°. Ogni pianeta porta intorno a sé metà del suo orbe, la moiety, e due pianeti si vedono quando le loro metà si toccano: Luna e Saturno a 10°30′. L'aspetto deve esserci anche fra i segni: due pianeti vicini, ma in segni che non si guardano, non hanno aspetto. Il tono nasce piano al bordo dell'orbe e si fa pieno vicino all'esatto; finché l'aspetto si forma, applicativo, cresce e pesa di più; quando si scioglie, separativo, si spegne più in fretta.
Ogni pianeta, nel segno in cui si trova, è più o meno a casa. La tradizione chiama dignità essenziali questi gradi di affinità: il domicilio, il segno che il pianeta governa; l'esaltazione, dove è onorato; poi la triplicità, il termine e la faccia, dignità minori. Il contrario del domicilio è il detrimento, il contrario dell'esaltazione la caduta. Le dignità non cambiano che cosa un pianeta canta, ma come lo canta. In domicilio la vocale è piena e risonante; in esaltazione si schiarisce; triplicità, termine e faccia le danno un poco di risonanza e di presenza. In detrimento la vocale trema; in caduta si copre e si scurisce, con un soffio d'aria. Il pianeta peregrino, senza alcuna dignità, canta nudo.
Le tavole vengono da una sola corrente, quella ellenistica e poi arabo-latina: i termini egizi, come li riportano Tolomeo e Vettio Valente, che coincidono in tutti i segni; le triplicità di Doroteo di Sidone, con tre signori per ogni elemento, uno del giorno, uno della notte e un partecipe; le facce in ordine caldaico, dieci gradi ciascuna, a cominciare da Marte nei primi gradi dell'Ariete. All'alba e al tramonto la triplicità passa dal signore del giorno a quello della notte, e alcune voci cambiano appena timbro.
Il Sole vela chi gli si avvicina. Entro 17° un pianeta è sotto i raggi, e la sua vocale scivola verso la ι del Sole; entro 8°30′ è combusto, quasi assorbito. Ma nel cuore del Sole, entro 17′, è in cazimi: la tradizione lo considera allora purificato e potentissimo, e la sua voce si fonde con quella del Sole in un momento di luce. Accade anche alla Luna, a ogni novilunio.
Quando il cielo ha un luogo, la Terra comincia a girare. L'Ascendente, il grado che sorge a oriente, sta sempre a sinistra sulla carta, e lo zodiaco ruota con il giorno. I pianeti vicini ai quattro angoli, Ascendente, Medio Cielo, Discendente e Fondo Cielo, hanno più forza d'agire, e la loro voce si avvicina, più presente e meno lontana nel riverbero: ogni pianeta si gonfia quando sorge e quando culmina. È una dignità accidentale, che la tradizione tiene distinta da quella essenziale; per questo agisce sulla presenza e non sul timbro. Anche lo spazio segue il cielo: in cuffia una voce sta a sinistra quando sorge, al centro sul meridiano, a destra quando tramonta.
Il giorno comincia quando il bordo del Sole appare all'orizzonte, come negli almanacchi. Con il Sole sopra l'orizzonte il cielo è diurno e suona chiaro e definito; sotto, è notturno, più scuro e spazioso: è la setta. Il tempo fra l'alba e il tramonto, e fra il tramonto e l'alba, si divide in dodici ore ineguali, lunghe di giorno d'estate e brevi d'inverno. Ognuna ha un signore, nell'ordine caldaico: la prima ora del giorno appartiene al pianeta che dà il nome al giorno, le altre seguono. Il signore dell'ora tiene sotto tutto il cielo una nota grave, un pedale, che a ogni cambio d'ora sfuma lentamente nel successivo.
Dalla stessa regola nasce la settimana. Contando ventiquattro ore in ordine caldaico, il signore della prima ora di un giorno porta al signore della prima ora del giorno dopo: Saturno, il Sole, la Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere, cioè sabato, domenica, lunedì e così via. E i signori delle prime facce dei segni, dall'Ariete alla Bilancia, ripetono la stessa sequenza. Facce, ore e giorni sono una sola legge.
La Luna, infine, dà il respiro a tutto il suono. Mentre cresce, il suono si apre, come un filtro che lascia passare più luce; mentre cala, si allarga lo spazio e il riverbero si fa più profondo.
Il cielo ora è quello di questo istante, sopra il luogo che scegli. Il cielo vero si muove lentamente, e a tempo reale la carta è quasi ferma; per questo si può far correre il tempo, fino a un giorno in dieci secondi. Allora si sentono le ore cambiare, i pianeti sorgere e tramontare, la Luna attraversare gli aspetti.
Il cielo natale è fermo: è l'istante della nascita. Si ascolta come una composizione lenta di ventun minuti, sette pianeti per tre minuti ciascuno. Comincia dal signore dell'ora di nascita e prosegue in ordine caldaico; il pianeta del momento canta pieno, con i suoi aspetti, mentre gli altri restano sotto come un coro, così che si senta sempre tutto il cielo. L'ora di nascita è convertita con i fusi e le ore legali dell'epoca, e i dati restano su questo dispositivo.
La data libera apre qualunque istante fra il 1400 e il 2600, con o senza luogo; prima della riforma gregoriana del 1582 la data si legge nel calendario giuliano. Su un computer, con una tastiera MIDI, si possono anche toccare i pianeti mentre cantano: il tocco non aggiunge note, modula il cielo.
Musica Mundana non legge e non interpreta il cielo, non dice che cosa significa: lo fa udire. Il resto è di chi ascolta.